Una questione di pregiudizi: la violenza di genere

Qualsiasi atto di violenza fondata sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica alle donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertá: questo recita l’art 1 della dichiarazione Onu sull’eliminazione della violenza di genere.

A partire da qui, la normativa contro la violenza di genere si pone quindi il conseguimento di tre obiettivi principali: prevenire i reati, punire i colpevoli, proteggere le vittime. La Convenzione di Istanbul (2011) ha “aperto le danze” verso “la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica” e la legge n.69/2019 rientra interamente in questo quadro introducendo nuovi strumenti di protezione e implementando i vecchi.

I fatti di cronaca continuano però ad imporci una doverosa riflessione su questo tema che, purtroppo, persevera nell’essere troppo attuale e forse sottovalutato.

La violenza di genere ha mille sfaccettature, si manifesta sotto diverse forme e saperle riconoscere è fondamentale per non incorrere in “errori” di valutazione che rischiano di rivittimizzare chi già ha dovuto subire molto.

Violenza psicologica, economica, atti persecutori, violenza sessuale, maltrattamenti fisici: queste le tante facce della violenza.

Spesso però si pensa che affinché si possa parlare di violenza, affinché si possa definirla tale, è necessario che la vittima giunga presso un Pronto Soccorso gravemente lesionata o comunque con segni visibili e tangibili di quanto accaduto.

Non è così!

Vessazioni, umiliazioni, offese, violazioni della libertà, impedimenti ad un’indipendenza economica, palpeggiamenti non richiesti/desiderati e molte altre sono le forme di violenza che lasciano segni spesso molto profondi e difficili da trattare. Ma soprattutto sono molto difficili da riconoscere per le vittime stesse.

Purtroppo, si è abituati a dare rilievo a quei fatti eclatanti e che impattano a livello mediatico. E anche in questi casi spesso non si può che rimanere allibiti per le considerazioni che ne conseguono.

È vero, a volte le donne vittime di violenza appartengono a contesti sociali difficili, hanno vite complicate e possono apparire non adeguate. Ma proviamo a fermarci per riflettere: il Post Traumatic Stress Disorder (PTSD), è una forma di disagio mentale che si sviluppa in seguito a esperienze fortemente traumatiche. Subire maltrattamenti e violenze (di qualsiasi natura!) costituisce un’esperienza traumatica. E allora perché non prendere in considerazione che i comportamenti e le vite stesse delle vittime possono essere compromesse (al punto da risultare poi inadeguate) proprio a causa della continua esposizione a situazioni che costituiscono un trauma?!

È necessario fermarsi e riflettere su quanto gli stereotipi di cui la vita è piena sin dalla nascita, debbano diventare il punto di partenza di interventi preventivi a favore della lotta contro la violenza di genere. Le donne stesse, spesso, non raccontano quanto accade loro perché loro stesse ne sono condizionate.

Gli stereotipi e i pregiudizi creano ostacoli alla possibilità che questa piaga (perché di questo si tratta) possa essere estirpata. E non parliamo di qualcosa che accadeva nel passato! Ancora oggi capita che, persino in Tribunale, alcuni modi di pensare le donne e i loro comportamenti diventino giustificazioni o attenuanti dei comportamenti violenti e maltrattanti.

Ancora tanto c’è da fare sull’argomento, sul piano giuridico, sociale, politico, ecc ecc. Di luoghi sicuri (in senso figurato e non) ne esistono, ma non sono sufficienti a sanare una condizione di grande disagio in cui tutti sono immersi. La violenza di genere non riguarda solo “l’altro”. Fa purtroppo parte della vita quotidiana e spesso è “vicina”. Saperla riconoscere, saperla contrastare, sapere quali interventi sono possibili e accompagnare e sostenere le vittime dovrebbe diventare patrimonio comune.

Qualsiasi forma di violenza, qualsiasi limitazione e/o privazione della libertà va nella direzione esattamente opposta alla tutela dei diritti umani.

Non esiste vittima (donna, bambino, adolescente) che “merita” quanto subito.

Non esiste maltrattamento giustificabile.

 

Mitia Rendiello